Il coraggio di infrangere i muri del silenzio

Immersi nel clima di “comunicazione globale”, dove tra telefonini e internet crediamo di essere la generazione che comunica senza barriere, siamo invece investiti dal silenzio assordante di vuote parole e banali immagini, che ci impediscono di pensare con la nostra testa e di farci sentire.
È silenzio morale anche il chiasso nauseabondo provocato dai reality show, che ultimamente lanciano al pubblico messaggi diseducativi e rasenti l’immoralità.
Siamo stati abituati dalla televisione ad assistere a scene di violenti litigi, di risse offensive, a concitati dialoghi tra rozzi concorrenti nei cui vocabolari si annoverano i lessici più ricchi di neologismi (o, per meglio dire, parole composte al momento che somigliano in assonanza all’italiano) e parolacce della peggior specie.
E ciò che rende tristi è la nostra tendenza a lasciar passare come “normali” queste offese che ci vengono proposte e che sembrano, tuttavia, alzare l’audience serale ed occupano, perciò, un posto di primo piano nei palinsesti delle emittenti.
È così che i famosi tabù di un tempo vengono ora scavalcati dalla liceità della televisione e dal suo vuoto morale.
 Mi viene in mente la penosa vicenda degli scorsi giorni di Marina Ripa Di Meana, concorrente al reality “La Fattoria”, malata di cancro e protagonista di una lite nella quale le sue condizioni di salute sono state il bersaglio delle offese e delle critiche di un altro noto concorrente.
Tralasciando il profilo etico e morale dell’accaduto, che non mi compete, sono rattristata dalla picchiata cui sta tristemente assistendo la società italiana, quella giovane, molto più affezionata ai “bicchieri volanti” del “Grande Fratello”, che alle care, vecchie, puntate di “Super Quark”.
È dunque importante, ora come non mai, rompere questo silenzio viziato,perché non c’è niente, in realtà, che non possa essere detto, se fatto con rispetto e umiltà.
La paura, alle volte, nasconde il vuoto delle nostre parole, mentre tutto ciò che supinamente ci portiamo dentro, aspetta solo di essere liberamente gridato.
Solo quando avremo rotto il muro del silenzio in cui siamo imprigionati, potremo allora permetterci di “stare in silenzio”.

Rosangela Giurgola II Liceo