IL PIU’ ANTICO MODO DI “FAR TEATRO”: IL MIMO

Forse risale ai tempi degli uomini delle caverne. Fu una vera e propria forma di spettacolo mai riconosciuta!

Il teatro, manifestazione della vita di un popolo, rappresenta l’espressione più alta dei momenti significativi e importanti di una società. Esso è stato il veicolo di una civiltà di cui viviamo ancora: da millenni esso regna, senza mai fermarsi, su regioni e su tempi; ci trasmette un messaggio rimasto nei secoli universalmente vivo, perché continui sono i legami che congiungono l’antico al moderno.
Perciò studiare il teatro latino è soprattutto un ricongiungersi con la fonte stessa da cui scaturisce il nostro teatro: è una ricerca continua.
Il mimo è il più antico modo di “far teatro”. L’attore recita senza parlare, con i movimenti del corpo e le espressioni del viso e, come il genere teatrale che rappresenta, anche lui viene chiamato “mimo”.
E’ facile pensare che questo linguaggio espressivo risalga agli stessi inizi della vita umana, quando l’uomo delle caverne ancora non sapeva esprimersi con le parole, ma le sue origini teatrali appartengono a un luogo e a un periodo ben preciso: il mondo dell’antica Grecia. Dal greco μǐμος (imitatore), il mimo era allora una breve rappresentazione, nato per ridicolizzare qualcuno imitandone gli atteggiamenti. Col tempo divenne un tipico spettacolo popolaresco che perfezionò l’arte dell’imitazione e scelse i suoi personaggi non soltanto nella vita reale ma anche nel mondo mitologico degli dei e degli eroi. Restò un genere di spettacolo inferiore e non fu mai riconosciuto, nell’antichità, come un’arte teatrale. Fu poco più di uno scherzo e poco meno di una farsa.
Nell’antica Roma era particolarmente diffuso presso i Siracusani e i Tarantini, e non stupisce perciò che i soldati romani avessero imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo specialmente durante la guerra di Pirro e la prima guerra punica. Qui il mimo incontrò subito il favore popolare grazie a quella strana fortuna che spesso accompagna le novità. Pungente, satirico, spesso salace, il mimo romano si arricchì di una vena satirica che non di rado irritava i potenti: perfino Giulio Cesare fu tra le “vittime” di queste rappresentazioni.
Dal mimo si passa al pantomimo, cioè al mimo danzato e cantato, e furono ammesse a recitare anche le donne. Questi pantomimi, o mimi musicati, s’ispiravano a tragedie già note o a vicende sentimentali degli dei in cui si mascheravano pettegolezzi locali e tresche amorose di quegli anni. Anche Caligola e Nerone si esibirono spesso sulle scene mettendo in imbarazzo gli spettatori che, annoiati dal dilettantismo e dalla lunghezza dell’esibizione, non potevano però permettersi di andarsene finché l’imperatore fosse rimasto sulla scena.
Oggi possiamo anche ridere nel vedere in qualche vecchio spezzone di film la prima attrice aggrappata disperatamente a una tenda o il protagonista che gira lo sguardo per mostrare furore o passione: il trucco pesante contribuiva a esasperare la rappresentazione “visiva” delle parole.
Ma… anche questo mimo è arte di tutto rispetto.