In genere, sono i colori a coinvolgerci emotivame
nte; i nostri occhi ne percepiscono il bisogno, allo stesso modo in cui hanno bisogno di percepire la luce. Ci basta pensare al sollievo che proviamo quando, in una giornata di foschia, il sole fende le nuvole ed illumina qualche tratto di paesaggio rendendone visibili i colori.
L’opera dei poeti ha spesso teso a sottolineare il senso del colore: l’erba è verde, il sangue rosso, il latte candido, il cielo turchino. Esistono superlativi per ogni colore e uno stesso colore possiede molte gradazioni, ma nessun colore muore in zone d’ombra. Fra le infinite possibili citazioni il “dolce colore di oriental zaffiro” di Dante, evocato nel primo canto del Purgatorio, suggerisce la comprensione dell’appagante visione del cielo che albeggia quando il Poeta è uscito dagli Inferi.
È quasi contrastante pensare che, proprio gli anni in cui Dante visse, sono stati ricordati come i “secoli bui del Medioevo”.
Ancora oggi molte persone, vittime dell’immagine convenzionale degli “evi bui”, immaginano il Medioevo come un periodo oscuro, anche dal punto di vista coloristico. In effetti, in quest’epoca, come del resto nel Rinascimento, nel Barocco e in tutti gli anni successivi fino alla scoperta dell’elettricità, si vive in ambienti poco luminosi, e buie sono le strade dei villaggi e delle città.
Eppure l’uomo si vede e si rappresenta nella poesia e nella pittura in un ambiente luminosissimo. Quello che colpisce nelle miniature medievali, eseguite forse in luoghi appena rischiarati da una finestra, è che sono pieni di una luminosità particolare generata dall’accostamento di coluri puri, senza sfumature: rosso, azzurro, oro, argento, bianco e verde.
Il Medioevo gioca sull’accostamento dei colori che “producono” luce dall’accordo d’insieme: mentre nella pittura barocca gli oggetti risultano colpiti dalla luce, nelle miniature medievali la luce sembra irradiarsi dagli oggetti stessi. Essi sono luminosi in sé.
La società medievale è composta da ricchi e potenti, da poveri e diseredati.
Il potere trova la sua manifestazione esemplare nelle armi, nelle armature e nello sfarzo degli abiti. Per dichiarare il loro potere, i signori si ammantano di oro, di gioielli e indossano vesti colorate con le tinte più preziose, come la porpora. I colori artificiali, che derivano da minerali e vegetali e subiscono elaborazioni complicate e costose, rappresentano dunque una ricchezza. I poveri si vestono solo di colori scialbi. D’altra parte hanno il bene di vivere in un ambiente certamente avaro, ma più integro del nostro, e possono liberamente godere dello spettacolo della natura, del cielo, della luce del sole e della luna, dei fiori. È quindi ovvio che il loro concetto istintivo di bellezza si identifichi con la varietà dei colori che la natura sa loro offrire.
Nel Medioevo, insomma, la proporzione del mondo altro non è che l’ordine matematico in cui la luce, nel suo diffondersi creativo, si manifesta secondo le diverse resistenze imposte dalla materia.
La visione a colori non è solo una esperienza piacevole, ma anche un processo che aiuta a percepire nella scena molti più dettagli di quanti non sarebbe possibile con una semplice visione in bianco e nero. La luce bianca emessa dal Sole è formata da più componenti colorate. A livello della retina, in corrispondenza del fondo dei nostri occhi, esistono delle cellule neuronali, organizzate in maniera da rispondere adeguatamente allo stimolo luminoso. Queste cellule sono chiamate fotorecettori e sono caratterizzate dalla presenza di un foto-pigmento, una grande proteina legata a un cromoforo in grado di cambiare conformazione in seguito all'assorbimento di un fotone di luce.
Alcuni fotorecettori, i coni, sono specializzati a rispondere a determinate componenti. All'interno del nostro occhio sono distinguibili tre tipi di coni che rispondono a tre bande differenti corrispondenti a determinate lunghezze d'onda (gradazioni di colore). I coni rossi assorbono meglio le lunghezze d'onda più lunghe, i coni verdi quelle intermedie ed i coni blu quelle più corte. Le tre bande di gradazione di colore si sovrappongono tra loro.
I coni funzionano bene solo in ambienti ben illuminati. I fotorecettori che sono insensibili al colore e agiscono al buio sono invece chiamati bastoncelli. La percezione cosciente del colore è un processo complicato che ha inizio nell'occhio e si esaurisce solo a livello cerebrale, grazie al quale riceviamo, in ogni momento, il dono prezioso della visione a colori.
Per riprodurne la bellezza nei loro capolavori, i grandi artisti della storia, tra cui il famoso Cennino Cennini, si impegnarono a studiarne la composizione.
In antichità il pigmento che dava origine al colore porpora, ad esempio, veniva ricavato dall'essiccazione di alcuni molluschi che venivano tritati e lasciati essiccare al sole per tre giorni, dopodiché il ricavato veniva fatto bollire per 10 giorni in vasi di piombo. Occorrevano circa 10.000 conchiglie per estrarre dalle loro ghiandole qualche paio di grammi di colore, pertanto le popolazioni dell'epoca consideravano la porpora un bene di lusso.
Nel medioevo l'azzurrite, o "blu d'Alemania", fu un importante pigmento per il colore blu, in sostituzione al più costoso blu oltremare, o lapislazzuli. L'azzurrite, però, aveva il difetto di non essere adatta all'affresco, perché tendeva a polverizzarsi e a cadere. Questo effetto si manifestava molti anni dopo, per cui abbiamo molti affreschi dove ormai l'azzurro è quasi completamente caduto rivelando lo stato di preparazione sottostante.
Fatto sta che, un tempo, anche quelle opere, che neppure il restauro può, alle volte, riportare alla bellezza originaria, ebbero la capacità di ammaliare , ed è questa la lezione più bella che l’arte possa trasmetterci: il tempo è nostro testimone e non si ingiallisce come i colori di una fotografia, ma resta vivido nei suoi toni nel tenere in vita la memoria delle sensazioni passate.
