Del diritto a vivere

Le decisioni sulla fine della vita di un essere umano sono terribilmente drammatiche. Gli interrogativi, i dubbi, sono angosciosi se, di fronte a un malato che sopravvive solo grazie a terapie del tutto artificiali, sia possibile, sul piano etico come su quello giuridico, interrompere per volontà dello stesso soggetto quelle terapie senza le quali è destinato a morire.
La vita o la morte: è questo il dilemma tragico che si pone alla coscienza di chi è chiamato a decidere. Dal punto di vista dell’etica cristiana la vita di una persona è sempre degna di essere vissuta, quali che siano le sue condizioni, perfino se si tratti di un’irreversibile mancanza di coscienza o dell’impossibilità a comunicare con gli altri. Diversamente, si apre la strada alla pretesa di sentirsi padroni esclusivi della propria esistenza o di quella degli altri.
La recente vicenda di Eluana Englaro ha coinvolto, soprattutto sul piano emotivo, tutti e, in particolare noi giovani, che viviamo in un contesto culturale nel quale non si teme tanto la morte quanto la protrazione dolorosa di una vita artificialmente sorretta.
Al di là del chiacchiericcio che ha trasformato la tragica fine dell’esistenza di Eluana in un palcoscenico di opinioni e di partiti, il Parlamento deve ora la sua parte con una legge che affronti organicamente tutte le questioni circa la fine della vita umana.
Il rischio è che il “testamento” sia ideologico invece che biologico ed etico, e tenga invece ben presente che il nostro Ordinamento non conosce altro diritto fondamentale alla salute che quello a vivere, non a morire. Il diritto, al di là delle contrapposizioni ideologiche, è chiamato a tutelare la persona nella sua libertà ad andare incontro alla conclusione naturale della sua esistenza.
Quando si è impegnati ad elaborare una legge si devono accogliere ed esprimere valori etici di essere accettati dall’intera comunità. Scienza, religione, cultura umana, morale e civile debbono potersi incontrare e dialogare nelle aule parlamentari, al di là degli schieramenti ideologici, con l’ obiettivo di una formulazione univoca e non ambigua che tenga conto delle ragioni del bene comune.
Questa è l’attesa di noi giovani tesi a liberarci dalle manipolazioni ideologiche che spesso impediscono la conquista della libertà di coscienza.